La commemorazione di Saverio Reale, a dieci anni dalla morte, ha seguito di alcuni mesi quella di Giacomo Sedati. Per “Don Saverio”, se ne è fatta carico la sezione locale di un partito, per “Don Giacomo” si era mossa l’Amministrazione comunale. In entrambi i casi l’intento è stato quello di ricordare uomini e amministratori preparati e di esemplare onestà, la memoria dei quali nella popolazione, al di là del credo politico e delle divisioni di allora e di ora, si è mantenuta viva e il giudizio in massima parte positivo.
Le affinità tra i due eventi fanno pensare in questo 2010 – anno in cui più intensi si percepiscono gli effetti di una crisi generale, tanto economica, tanto istituzionale, tali da scuotere le fondamenta stesse della nostra democrazia e dell’unità nazionale – a una diffusa e comune volontà di tornare indietro nel tempo per riscoprire figure autorevoli: esempi a cui ispirarsi per superare il difficile momento storico. Ci si attende dal passato un segno che indichi la direzione da percorrere, ma è anche il modo per la comunità di ritrovare e dare valore a una sua specifica identità, di tornare ad immaginare il proprio futuro e di recuperare un forte ruolo politico e di indirizzo, riposizionando la barra del timone verso il centro.
Non desta meraviglia, quindi, che all’invito, sia per Reale, sia per Sedati, abbiano risposto in molti. Tanto più che per Giacomo Sedati, scomparso il 7 gennaio del 1984, erano trascorsi 25 anni senza che in paese fosse stata dedicata una pur minima riflessione sull’azione parlamentare svolta in favore di Riccia e del Molise. In netta maggioranza tra i relatori quelli ricoprenti cariche pubbliche; esponenti politici di oggi e amici di un tempo, che con i commemorati avevano condiviso battaglie ed impegni all’interno della Democrazia Cristiana. Una presenza così ampia da parte del mondo politico, se pure comprensibile in questo tipo di eventi, aumenta però il rischio di una miticizzazione nostalgica, o peggio retorica, del personaggio oggetto di interesse e può portare, inoltre, a banalizzare, o trascurare, il periodo e il contesto socio-economico entro i quali lo stesso svolse la sua opera amministrativa.
Ciononostante, gli spunti e le suggestioni offerte dalle parole, dalle testimonianze – una per tutte quella molto sentita e appassionata di Marcello Palmieri, presente in entrambi gli incontri – ascoltate durante l’ultima commemorazione mi hanno fatto tornare in mente la lunga intervista che ebbi la fortuna di fare con Saverio Reale un pomeriggio di settembre del 1997. Una chiacchierata per me istruttiva che mi permise di conoscere e di apprezzare le qualità di una persona colta, profondamente cristiana, democratica e risolutamente antifascista. Un uomo che aveva aderito subito dopo la guerra alla Democrazia Cristiana, abbracciandone gli ideali e condividendo i programmi e gli obiettivi della corrente della sinistra del partito; un uomo che aveva saputo nella pratica politica e amministrativa coniugare, tenendoli distinti, la fede e l’impegno civile, valori, come affermava Moro, che costituiscono “il fondamento morale dell’esperienza democratica, [...] la base solida sulla quale soltanto può essere elevato l’edificio della democrazia”.
“A Riccia – mi disse Don Saverio – prima erano stati tutti massoni, poi tutti fascisti, e poi, caduto il fascismo, tutti sciacquarono alla fontana del Carmine la camicia, che da nera, divenne bianca. Io non mi prestai ai giochi in corso, convinto che la democrazia non sarebbe dovuta diventare una scelta di opportunismo, ma una sacrosanta conquista alla quale ogni cittadino aveva il dovere di contribuire. C’era bisogno di rinnovamento e così insieme ad altri amici, ci chiamavano i ‘giovani turchi’, iniziammo la lotta”.
Una lotta che effettivamente ci fu – come ho avuto modo di verificare in seguito consultanto le fonti documentarie – ed ebbe i suoi momenti di dura contrapposizione. Nelle elezioni del marzo del 1946, a Riccia si svolgeranno il giorno 10, Reale era a capo della lista civica espressione del Movimento Unionista Italiano. Il circolo del Movimento si era costituito in paese nel luglio del 1945. Tra i canditati vi erano esponenti delle sinistre, tra cui il segretario del Partito Socialista, Bovio Fanelli, e un dirigente di quello Comunista, Donato Savino. La contesa fu aspra, soprattutto con la lista di ispirazione democratico cristiana, nella quale si segnalava il giovane Sedati. Uno scontro che si era già proposto in sede di partito, allorquando nelle votazioni per la carica di segretario politico della DC, tenutesi a Campobasso nel corso del primo Consiglio provinciale nella Primavera del 1945, Reale era elemento di spicco del gruppo “anticlientelare”, strenuamente contrapposto a quello conservatore e agrario, che aveva Sedati a proprio rappresentante.
Il confronto tra i due conobbe una pausa nel 1948 a ridosso della competizione elettorale per il Parlamento – Sedati risultò il più votato – con la nomina di Reale a Segretario organizzativo della DC molisana; per riaccendersi nel 1952, nell’imminenza delle elezioni amministrative, le prime dopo l’instaurazione del regime fascista, per il Consiglio provinciale, che videro eletti per il collegio di Riccia Giuseppe Sedati e Ottorino Mascia. I toni si stemperarono in modo definitivo soltanto successivamente, con la “chiamata” per Don Saverio a guidare il comune di Riccia (1960-1970), la sua elezione a consigliere regionale (1970) ed infine il terzo mandato sindacale (1975-1980).
Il ritorno, nel 1960, di Saverio Reale alla politica attiva, con le sue innegabili ricadute nella programmazione delle linee di sviluppo per il nostro comune, ancora interessato dai problemi economici e sociali causati dal conflitto bellico (pensiamo, alla massiccia ripresa del flusso emigratorio), non può essere spiegato soltanto come un avvicendamento ai vertici della democrazia cristiana, ma va inserito in un contesto più ampio. Una situazione che vede: a livello generale, le manovre, poi concretizzatesi, per l’entrata della sinistra riformista nel governo italiano; a livello locale, la disputa tra le due anime della DC, quella cosiddetta “di base”, aperta alle componenti della società civile, e quella “dorotea”, conservatrice, attenta agli interessi della piccola proprietà contadina, largamente rappresentata a Riccia e in Molise.
La correzione di rotta per Riccia significherà, sia un allargamento nelle strategie di sviluppo e di produzione del reddito, sia il mantenimento e il potenziamento delle peculiarità del territorio. Di conseguenza, al forte impulso dato all’agricoltura e soprattutto all’allevamento bovino – in specie della razza bruno alpina, per la quale viene istituita nel 1948 una Rassegna nazionale con riconoscimenti e premi in denaro che fa del paese il primo nella regione per fornitura di capi da latte e da macello – si affiancheranno, nel bene e nel male, un’energica opera di rinnovamento urbano, volta anche a dotare la cittadina delle infrastrutture essenziali, e una non meno intensa, ed in anticipo con i tempi, attività di valorizzazione e di promozione delle risorse naturalistiche presenti, che troveranno nel Bosco Mazzocca il campo di applicazione.
Date per ora queste rapide e sintetiche informazioni sugli anni del secondo dopoguerra a Riccia si intuisce, credo, la ricchezza delle implicazioni e delle ripercussioni che talune scelte hanno avuto sulla successiva fisionomia urbana ed economica del paese. Tutto ciò non prescinde, logicamente, dalla conoscenza, anche sotto il profilo umano, delle figure rappresentative che in quegli anni operarono all’interno del sistema politico locale. Uomini che ebbero carriere politiche ed amministrative di tutto rispetto; raggiungendo straordinari risultati; quale fu, ad esempio, la nomina di Giacomo Sedati a Ministro dell’Agricoltura, incarico che manterrà per circa un triennio (1968-1970). Giusto, quindi, commemorare (che vuol dire ricordare insieme) questi uomini; ma più giusto sembra sia conoscere e analizzare le dinamiche di trasformazione e i fenomeni socio-economici e culturali di maggiore rilevanza riguardanti la nostra comunità. In questo modo si approfondirà la storia del periodo leggendo, in chiaroscuro, e decifrando l’azione politica svolta dal partito di maggioranza; si potranno individuare i nodi e le criticità già emersi all’epoca e non ancora risolti, oltre alle condotte che portarono a radicali cambiamenti nella struttura economica e nei comportamenti sociali; si comprenderà meglio l’importanza della filiera istituzionale che vide Riccia rappresentata, per una fase abbastanza lunga, ad ogni livello negli organi politici, legislativi ed amministrativi ed essere il fulcro delle decisioni e degli indirizzi programmatici regionali e non una delle tante aree geografiche, spesso marginali, del Molise.
La mia proposta, quindi, è quella di iniziare fin da ora un lavoro di ricerca, di documentazione e di raccolta di testimonianze scritte ed orali. Per la presentazione dei primi risultati si potrebbe utilizzare il cinquantesimo anniversario di un evento particolarmente importante, quale fu l’XI Festa Nazionale della Montagna, tenuta, nel settembre 1962, nel Bosco Mazzocca alla presenza del Ministro dell’Agricoltura Mariano Rumor. Questa manifestazione, che portò il paese alla ribalta nazionale, diventerebbe momento, non tanto celebrativo, ma quanto di attenta riflessione storica, economica e politica sul periodo. Crediamo che ciò possa servire, non solo per comprendere meglio la storia passata e presente della nostra cittadina, ma anche per portare avanti progetti operativi, tramite i quali contribuire ad uno sviluppo delle specificità del territorio e ad un superamento dei suoi odierni fattori di debolezza, oltre che, in prospettiva, augurarsi che Riccia possa di nuovo essere laboratorio politico atto a favorire il ritorno in Parlamento di un concittadino.
Tonino Santoriello
Presidente Associazione Trediciarchi
Riccia, 1962. XI Festa Nazionale della Montagna. Saluto di Giacomo Sedati
Riccia, 1973. Premio nazionale di Poesia "Michele Cima". Nella foto sono riconoscibili: Paolo Nuvoli, Giacomo Sedati, Girolamo La Penna, Florindo D'Aimmo, Saverio Reale
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